Gen'09: Un giorno d’inverno nelle stanze di Vermeer


Roma, 21 dicembre 2008 è  una splendida giornata dopo giorni di pesante pioggia e di gravi disagi per la città e d’intorni. Oggi Roma è illuminata da un sole straordinario  che accende il cielo stupendo. Il contrasto è enorme entrando nelle sale, un po’ claustrofobiche, della “Fondazione Roma” che ospita le mostra  “da Rembrandt a Vermeer”. Ma l’ambiente un po’ in penombra ben incornicia le ambientazioni dei quadri nella ritualità, soprattutto, dell’azione quotidiana della vita seicentesca.

La Fondazione Roma ospita al Museo del Corso una delle più belle mostre della stagione autunnale a Roma. La manifestazione è nata dalla collaborazione fra Gemaldegalerie di Berlino e La Fondazione Roma che la ospiterà fino al 15 febbraio 2009.

Ma entriamo subito in argomento. Sono cinquantacinque le opere in  mostra tra cui capolavori assoluti i dipinti di Jan Vermeer “La ragazza con il filo di perle”, “Il cambiavalute” ed il ritratto di “Hendrikje Stoffels” di Rembrandt Harmensz , “Il paesaggio con l’impiccato” di Rubens e non certo ultimo Anton van Dick con  “Gentildonna genovese” solo per citare alcuni dei capolavori da ammirare.

Grande rappresentante della Scuola Fiamminga è il magnifico: Petrus Paulus Rubens (1577-1640). Nel ‘600 parte per l’Italia e diventa pittore del Duca di Mantova. Torna ad Anversa e apre una bottega che diventa celebre e la sua opera immensa (dipinse circa 2000 quadri) domina tutto il XVII secolo fiammingo.

Appartiene anche lui alla Scuola Fiamminga: Van Dyck Antonius (1599-1641) aveva già prodotto capolavori come “Sileno ebbro” e “Crocifissione” quando diventò collaboratore di Rubens. 

Passa alla corte di Carlo I d’Inghilterra diventando il più brillante ritrattista della famiglia reale e dell’aristocrazia inglese,  dando preponderante influsso alla formazione dei ritrattisti inglesi. Ma  questo non fu un suo limite   poiché eccelse in tutti i generi.

Ed eccoci al “maestro del  movimento” Harmensz Van Riju Rembrandt (1606-1669). Pittore della Scuola Olandese e di grande successo, basta citare un capolavoro per tutti: “La ronda di notte” – non fa parte di questa esposizione -. All’epoca si dipingevano soprattutto i gruppi. Rappresentavano le corporazioni d’appartenenza o le figure di potere nei ruoli ricoperti; cioè i valori civili trasmessi nella pittura. Così, anche lui dopo aver dato al mondo tanti capolavori finì – come tanti artisti – gli ultimi anni della sua vita in povertà!

Continuando il percorso… scopriamo i nomi dei rappresentanti della pittura fiamminga e olandese: Frans Hals di cui ammiriamo il ritratto dei figli di Van Dick, Joachim Wtewel, Gerard Dou (1623-1675), Gabriel Mets, Pieter de Hooch, Cornelius Bisschop, Adriaen Van Ostava e tanti altri. Particolare l’ambientazione di un quadro di Frans Post che ci introduce in un paesaggio poco usuale all’epoca: la rappresentazione di una missione gesuitica nel cuore dell’America del sud ad Iguacu, tra Brasile, Paraguay e Argentina. 

Mi piace “spiare” nelle  stanze di Vermeer. Mi affascina quello spazio “finito”, quotidiano, dove si consuma il tempo in apparente serenità. I soggetti ai quali Vermeer ha dato vita, luce, protagonismo, sono figure incentrate nella raffigurazione di scene che rappresentano la quotidianità borghese.  Possiamo aggiungere: serena, poiché  la sua arte si esplica dopo le tempeste dei moti di rivoluzione contro la Spagna  che hanno visto l’Olanda del nord, liberarsi dal giogo spagnolo. Non troviamo molti simboli sacri o mitologici nelle  sue opere.

Straordinari gli “interni” della sua casa che fissa con quella particolare luce filtrata dalle ampie vetrate. Gli fu d’ausilio anche la tecnologia, infatti, come altri pittori del suo tempo - ma lui fu tra i primi -  si servì della “camera oscura” con i risultati che possiamo ammirare.

“En pleine air” ha lasciato due soli dipinti, la quiete de “la stradina” – che osservava dalla finestra di casa – e quel grande capolavoro che M. Proust ha definito “il quadro più bello del mondo”: “Veduta di Delft” . Riuscirò un giorno a vederlo? In questa mostra non è presente, mi dovrò recare all’Aja per ammirarlo!

Il “divino” Vermeer, definito “Il pittore della luce” e dell’intimità” ha catturato la luce per  trasfigurare tutte le scene dei suoi dipinti, arricchendo il  colore con granelli di piombo e sabbia dorata per dare loro più brillantezza.

Il fascino delle sue opere ci soggioga ancora ai giorni nostri, tanto da ispirare con “La ragazza con l’orecchino di perla” l’affascinante storia che la scrittrice francese Tracy Chevalier ha scritto e che ha ispirato, a sua volta,  Peter Webber  a tradurla in film.   

Le  opere giunte fino a noi sono circa 36 (ne dipingeva uno all’anno), non ebbe una vita lunga per lasciarci una grande produzione.  Nato a Delft – uno dei porti della Compagnia Olandese delle indie Orientali - nel  1632, morì a soli 46 anni, nel 1675,  forse per un colpo apoplettico. Morì  tra gli stenti non riuscendo a mantenere dignitosamente i suoi 15 figli. Forse  non partecipò molto alla vita sociale, anzi si isolò per dedicarsi esclusivamente alla pittura, questo contribuì anche a creare un alone di mistero intorno alla sua figura, meritandogli il soprannome di “sfinge di Delft” Ma una cosa è certa i suoi capolavori sono consacrati all’immortalità.

Queste scuole ci hanno rivelato l’esistenza di una nuova cultura, quella laica, che non si manifesta e rappresenta solo nel sacro e nel mito ma cerca altri orizzonti e li trova nella realtà del quotidiano, nel vissuto  del proprio tempo da  queste straordinarie esistenze.

 
ADA CECILIA RITUCCI
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