Gen'09:Il valore dei servizi pubblici locali per rispondere alla crisi
Per il 57,3% degli amministratori locali servono public utilities di grandi dimensioni e a conduzione manageriale

Nella percezione delle imprese e delle famiglie le pubblic utilities hanno accresciuto la capacità di investimento finanziario e tecnico, e hanno rimodulato le loro priorità: a quelle di un tempo (creare occupazione e consenso a livello locale) si sono sostituiti l’orientamento al cliente e l’adozione di strumenti di progettazione e verifica della qualità dei servizi erogati.

Ma appare ancora netta la distanza fra le grandi imprese di servizi pubblici, concentrate sull’acquisizione di livelli crescenti di efficienza e sull’arbitraggio dei fattori finanziari, e le aziende di dimensioni inferiori, maggiormente identificate con il territorio e concentrate sulla valorizzazione dell’impatto sociale delle loro attività.

Per un riposizionamento strategico delle imprese di servizi pubblici locali, il dilemma al centro del dibattito tra «solo piccolo è bello» e «solo grande è efficiente» implica l’individuazione di una dimensione ottimale. Per i sindaci dei piccoli comuni (con meno di 5.000 abitanti), la «best size» è la piccola dimensione, con aziende a forte radicamento territoriale. Per i sindaci delle città medio-grandi, per sostenere l’economia del territorio le aziende devono invece essere grandi e orientate a una chiara gestione manageriale (opinione del 57,3% dei sindaci nella media nazionale).

La variabile territoriale rivela un Paese spaccato a metà, con un Sud che vorrebbe ancora mantenere la coincidenza fra proprietà e gestione dei servizi pubblici, per assicurare il mantenimento del consenso, e un Nord che spinge verso modelli di impresa di tipo manageriale, perché è sempre più forte la consapevolezza del ruolo giocato dai servizi pubblici per accrescere la competitività dei territori.

Per le imprese i concetti chiave cui si lega la domanda di servizi pubblici locali sono il territorio e l’aziendalizzazione; per le famiglie sono le tariffe e i processi di liberalizzazione e apertura alla concorrenza, da cui può derivare una diminuzione dei prezzi.

La grande maggioranza delle imprese, anche quelle di piccole e medie dimensioni, chiede un’offerta che corrisponda alle caratteristiche produttive del territorio (81,1%), perché esiste un legame molto significativo fra qualità dei servizi, efficienza interna delle imprese e competitività sul mercato. Il tessuto produttivo esprime anche una forte domanda di aziendalizzazione delle public utilities, poiché questa conferirebbe maggiore efficienza ai servizi e ai sistemi locali.

Le famiglie, per parte loro, sono portatrici di una cultura «tariffa-centrica»: per il 51,9% l’economicità delle tariffe è l’elemento decisivo nella scelta dell’operatore, e il 55,7% apprezza l’apertura alla concorrenza nella convinzione che porterà a un miglioramento della qualità dei servizi a prezzi più bassi. Le famiglie che hanno cambiato gestore dei servizi elettrici e del gas lo hanno fatto nell’83,3% dei casi per pagare di meno.

Anche la soddisfazione per i servizi si presenta piuttosto differenziata. Per il 56,3% delle imprese la qualità è inferiore alle aspettative, valore che scende al 48% tra le famiglie.

Queste ultime cominciano ad affidarsi alle associazioni dei consumatori (il 10% sul piano nazionale) e affermano in gran parte (il 56,2%) di conoscere lo strumento della «carta dei servizi».

I servizi pubblici locali, che ricoprono un ruolo decisivo per l’attrattività e la competitività del territorio, necessitano di una nuova regolazione, che vada al di là dello spontaneismo delle comunità socio-politiche locali e dell’arbitrario determinismo della finanza. La regolazione serve per far crescere il sistema delle public utilities e renderlo funzionale allo sviluppo, a maggior ragione in una fase di (annunciata) crisi dell’apparato produttivo. Il processo di aziendalizzazione e un rinnovato interesse dei privati ad entrare in partnership con il pubblico dovranno acquisire ulteriore consistenza. Da questo punto di vista, l’atteggiamento degli amministratori locali è di grande apertura, vista l’alta percentuale (77,9%) di chi ritiene che vadano creati organi di vigilanza e controllo a cui partecipino tutti gli stakeholder locali, insieme ai rappresentanti dell’economia e della società.

Questi sono alcuni dei principali risultati di una ricerca realizzata dal Censis per conto di Confservizi, presentata il 28 gennaio 2008 a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, e Raffaele Morese, Presidente di Confservizi, con rappresentanti dei gestori dei servizi e dei principali stakeholder, e le conclusioni di Raffaele Fitto, Ministro per i Rapporti con le Regioni.



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