Apr'09: Banca Italia e disuguaglianze


In quindici anni molti operai e impiegati sono scesi sotto alla soglia di povertà mentre ne sono usciti molti lavoratori autonomi. Lo documentano i dati forniti dalla Banca d’Italia in una sua “Indagine sul livello dei redditi da lavoro” presentata il 21 aprile al Senato. Dati che danno anche un’altra conferma: in questo quindicennio, fra il 1993 e il 2008, il potere d’acquisto degli italiani non è diminuito, ma non è neanche cresciuto. E se, anziché limitarsi alle medie, si osserva più nel dettaglio, si capisce che per qualcuno è andata abbastanza male  mentre per altri è andata meno male facendo aumentare le disuguaglianze.
Gli stipendi netti. Il rapporto segnala che fra il 2003 e il 2008 le retribuzioni lorde sono cresciute in media dello 0,6% più dell’inflazione. Se si guarda alle retribuzioni nette, cioè quelle che arrivano realmente nelle tasche delle persone dopo aver pagato le tasse, la crescita è stata ancora inferiore. E in particolare ci hanno rimesso quei lavoratori-contribuenti che non sono sposati o comunque non hanno familiari a carico: per loro le tasse sono aumentate più che per gli altri, quindi il loro potere d’acquisto reale è stato penalizzato.

I poveri.
L’indagine osserva che «si sono verificati movimenti redistributivi orizzontali». Per cui, fra chi si trova in condizione di povertà, c’è una percentuale sempre più alta di operai (saliti dal 27% al 31%) e di impiegati (che passano dal 7% all’8%).
Gli impiegati. Anche per gli impiegati bisogna dire che la categoria appare in forte arretramento. Non solo perché il numero dei poveri è aumentato, ma anche perché le retribuzioni medie sono più ferme che per gli altri (gli stipendi lordi sono salite appena dello 0,3%).
La redistribuzione. La ricchezza degli italiani si sta redistribuendo, e il fenomeno viene sottolineato ormai da tempo dalla Banca d’Italia. In particolare succede che il popolo dei lavoratori dipendenti riceve una quota sempre minore della ricchezza nazionale, a beneficio dei lavoratori autonomi.
I precari. Con la crisi economica in corso, la fascia sociale che rischia di più è quella dei lavoratori atipici. Sia perché «sono i più esposti alla perdita di occupazione», sia perché sono «i meno protetti dagli ammortizzatori sociali».



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